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| | Se la rete è anche network sociale, forse è possibile un prestito sociale che abbatta provvigioni e costi caricati da banche e finanziarie. Dalla Gran Bretagna arriva il social lending, basato sui principi della community e dello scambio personale tra prestatore e richiedente tramite un portale-garante
Della tecnologia “peer to peer” (letteralmente: “da pari a pari”; l’espressione inglese è attestata nell’italiano scritto dal 2000, anche nella sua riduzione a sigla “p2p” o “P2P”), quella che rende possibile lo scambio di dati e informazioni tra due computer collegati in rete senza che sia necessario passare da un sistema centrale, le reti di economia globale fanno il volano per estendersi a un numero di soggetti in potenza illimitato. La struttura orizzontale di tali reti di relazioni facilita e insieme legittima lo scambio di dati e, nel caso (e nella locuzione) di cui andiamo a scrivere, vale a dire “social lending”, anche di denaro tra i membri di quella che diventa una “community” (la parola entra dal 1999 in italiano), cioè l’insieme dei membri raccolti intorno a un newsgroup, a una mailing list, a un forum ecc., che condividono un’area di interesse comune. Con il “social lending” (alla lettera: “prestito sociale”, prima attestazione nell’italiano scritto nel gennaio del 2008), l’interesse focalizzato della “community” (nel nostro caso, il credito tra privati) si sovrappone alla pratica dello scambio “peer to peer” e alle caratteristiche virtuose del “social network” (propriamente: “comunità virtuale”, prima attestazione in italiano nel 2004).
Assicurano gli esperti di internet e di economia in rete che il “social lending” praticato sul portale inglese di Zopa dal 2005 e sul portale olandese di Boober e, in lingua italiana, dall’inizio dell’anno, attraverso Zopa.it, può dire grazie alla filosofia del web 2.0, che predica il sentirsi parte di una comunità più ampia, pur non conoscendo di persona gli altri membri e prevede l’attivazione di meccanismi di fiducia reciproca, proprio come accade negli scambi alla pari di file e informazioni, con i circuiti “p2p”, che hanno fatto la fortuna di siti come Myspace e Facebook.
Come avrete notato, le locuzioni e i termini finora usati, di origine informatica e applicati alla nuova economia in rete, sono di recente assunzione nella nostra lingua. Il movimento di idee, azioni e terminologia è veloce e vorticoso. Il futuro preme ogni giorno alle porte della conoscenza e della competenza lessicale. Dal 2005 il portale inglese Zopa (acronimo di “Zone of possibile agreement”, cioè “luogo di un possibile accordo”), creato da tre manager della banca on line Egg e dagli stessi investitori di eBay e Skype, va a gonfie vele. C’è tanta gente che ha bisogno di denaro, oggi, per tenersi aggrappata al livello di vita e di consumi che reputa necessaria per sé e per la propria identità sociale. Se si passa attraverso le banche e le finanziarie per ottenere prestiti o finanziamenti, gli oneri di intermediazione e i tassi d’interesse praticati vengono reputati troppo esosi. L’accesso al “social lending” permette di tagliare proprio lì, riducendo i Taeg annuali per chi chiede i soldi, mentre permette, viceversa, di ottenere tassi convenienti a chi i soldi li investe prestandoli. Sia Zopa sia Boober si occupano di verificare l’affidabilità di chi chiede il prestito e lo catalogano secondo un determinato “rating” (altro anglicismo; dal 1964 nel linguaggio finanziario e bancario italiano: si tratta della valutazione della solidità finanziaria di una società o di un singolo). I gestori del portale si limitano a trattenere una commissione sui guadagni dei prestatori di denaro o, come nel caso di Boober, chiedono una quota d’iscrizione agli stessi. In caso d’insolvenza, è il portale che si occupa di avviare la procedura legale di recupero crediti. L’esperienza britannica dice, però, che la percentuale degli insolventi è bassissima: la filosofia di condivisione e mutua assistenza del web 2.0 e delle pratiche di “social network” (in italiano dal 2004, prima nel significato sociologico di “rete sociale”, poi in quello informatico di “comunità virtuale”) risulta vincente. Zopa.it ha reso noto che molti tra i primi chieditori di prestito nostrani dichiarano di volerlo usare per estinguere le linee di credito contratte con banche e finanziarie. Si tratta di un profilo basso, ma per molti obbligato, dello sfruttamento del “market place” (propriamente: “zona di mercato”, cioè area di intermediazione commerciale in rete: dal 2001 in italiano) messo a disposizione dai portali di “social lending”. “Social lending” si inserisce in una serie di prestiti non adattati dall’inglese che richiamano il sema della “società” e della “socialità”, in senso sia negativo, sia positivo. Il più remoto è “social climber” (dal 1957 in italiano), seguito nel 1960 da “social climbing”. “Social climber” viene presto affiancato dal calco italiano “arrampicatore sociale” (1959), che risulterà poi molto più usato della locuzione originale. Nel 2001 compare in italiano “socialforum”, nel significato di “centro di incontro per lo studio e l’organizzazione di dibattiti e manifestazioni su temi di ampio respiro sociale”. Tra il 2003 e il 2004 ci arriva “social networking” (propriamente “il lavorare collegati in rete su finalità comuni”); nel 2004, come già scritto, è la volta di “social network”.
Fonte:
viasarfatti25.unibocconi.it
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